22 aprile 2009

Odore di santità - versione finale (19.200 battute)

Come fai a dire "fresco lana", quando a metà luglio sei costretto a vestirti con giacca e cravatta?
Quando devi rincorrere l'autobus perché sei in ritardo ed una volta salito ti trovi a condividere il tuo spazio vitale con il triplo delle persone che sarebbe ragionevole rinchiudere in quel mezzo metro quadrato.
Quando cerchi di scendere, ma la calca ti impedisce di raggiungere l'uscita in tempo e devi tornare di corsa fino alla fermata precedente nuotando nell'afa dell'estate cittadina, con la suola in cuoio delle scarpe che scricchiola e scivola sull'asfalto e la cartellina stretta sottobraccio, come fosse un pallone da rugby.
In quei momenti, altro che "fresco lana": quello che senti addosso è un cilicio ardente, una penitenza da peccatore medioevale.
"Perché non sono una donna?" penso, mentre i rivoli di sudore scendono lungo la schiena inzuppando la camicia.
"Una gonna, una giacchetta e voilà! Certo, le scarpe coi tacchi...Ma le potrei indossare solo all'ultimo momento, come si vede in certe commedie americane" e ansimando disperatamente, immerso in considerazioni sulla mia identità sessuale, giro l'angolo e meccanicamente rallento il passo quando appare, finalmente, il palazzo di SEAT-Pagine Gialle.
Un gigantesco insieme di linee squadrate, acciaio, alluminio, cemento e vetri a specchio, che si intersecano senza eleganza.
La versione tozza di un vero grattacielo, un grattacielino, insomma, figlio di quell'architettura che, volendo privilegiare la razionalità, riesce ad essere incredibilmente anonima. Avvicinandomi alla costruzione, nuovi dettagli mi rendono chiaro che anche la sensazione di ordine e modernità sono solo apparenza.
Il cemento è granuloso. Mostra macchie di muffa e vistose crepe dalle quali, ad ogni mio passo si sporge la testa di una lucertola curiosa. Forse sentinelle incaricate di controllare chi sia l'estraneo che si avvicina a quella cattedrale ortogonale. Piccoli fiori gialli (in omaggio ai colori aziendali, immagino) spuntano nelle fessure fra i gradini a ricordare, ma con austero understatement, la superiorità della natura rispetto alla vanità delle cose umane.
"Mio dio, fai che abbiano l'aria condizionata al massimo", prego arrivando finalmente alla porta in vetro e nel farlo mi ci specchio per sistemarmi i capelli, non dando peso al fatto che tutti mi possano vedere.
Attendo che si apra la porta automatica. 
Attendo ancora, con impassibile dignità.
Con atteggiamento indifferente, mi sposto un poco a destra cercando di intercettare il sensore, quindi alzo la mano come a salutare quella lucetta rossa, ed infine salto a piè pari con il braccio verso l'alto per cercare di intercettare la fotocellula.
Niente si muove, a parte gli sguardi imbarazzati delle persone che, da dentro, mi osservano come un animale da circo.
"E' inutile che si agiti, giovanotto, quella porta non funziona" dice una voce alle mie spalle.
Mi volto e vedo che a parlare è un'anziana signora, vestita dimessamente con golfino e gonna di lana, nonostante il caldo.
"Non ha visto? C'è anche il cartello!".
Mi giro verso la porta e noto un foglio di carta stampato col computer che recita 'in manutenzione'.
"Lei non deve essere molto sveglio. Meglio. Si troverà a suo agio in questo ambiente".
"Veramente sono qui per un colloquio" abbozzo.
"Non si preoccupi e mi segua, che l'accompagno alla porta. La porta che funziona, intendo." mi dice con un sorrisetto mentre con passo insopportabilmente lento si avvia verso l'altro lato della costruzione.
"Basta che mi indichi la strada..."
Mi zittisce avvicinando l'indice alle labbra. 
“Non si preoccupi. Le assicuro che abbiamo tutto il tempo che serve.”
Stupito la seguo fino alla porta in metallo di un'uscita di sicurezza, dove estrae una lunga chiave dalle tasche ed apre.
"Lei scende da queste scale, poi prosegue per il corridoio fino in fondo, seguendo le indicazioni. Lì c'è un ascensore. Arriva al terzo piano e cerca la stanza 313. Tutto chiaro?”
Annuisco, chiedendomi se davvero per entrare nell'edificio si debba fare tutto questo, tutti i giorni.
"Me lo ripeta." mi dice.
"Scusi?"
"Prima non ha letto il cartello sulla porta, non vorrei dover mandare qualcuno a cercarla nei sotterranei".
"Io glielo ripeto, ma è sicura che..."
"Colloqui per gli interinali, giusto? Allora la strada migliore è quella."
Annuisco obbediente "Fino in fondo al corridoio, poi ascensore, terzo piano, stanza 313" e mi avvio verso l'entrata.
"Aspetti! Dimenticava il badge." 
Scava nelle tasche della gonna ed estrae una manciata di targhette di plastica.
Li osserva una ad una con flemma "Questo no. Questo..." mi guarda un attimo "no, nemmeno... Ecco!" e mi porge un pass, con la scritta "visitatore".
"Mi raccomando me lo renda all'uscita: sa, bisogna tutelare la sicurezza degli elenchi telefonici di Ancona..." dice con tono, spero, sarcastico.
"Ma se non passo dalla reception, come sanno del mio arrivo?"
"Invece di preoccuparsi di queste sciocchezze, si faccia dare un'occhiata" e si porge verso di me squadrandomi da capo a piedi.
"Giovanotto, sa che ha un aspetto orrendo?" dice annuendo con la testa. Riprende a trivellare nelle tasche e tira fuori una catenella con un vistoso crocefisso, poi una boccettina ed un fazzoletto.
"Se vuole un consiglio, si tolga quell'orecchino da marinaio, si levi la cravatta, ed indossi questa croce al collo. Bene in vista. Prenda anche questa boccetta di profumo e questo fazzoletto, e prima di entrare si rinfreschi un po', che, sennò, nemmeno con tutta la buona volontà..."
Sto per chiedergli chi sia e perché faccia tutto questo, ma lei mi liquida con un cenno.
"Vada vada."
In verità piuttosto preoccupato, passo finalmente la porta. Richiudendosi, mi rende per qualche istante completamente cieco, per il passaggio dal sole estivo alla penombra del seminterrato. Scendo quindi con cautela le due rampe di scale e mi trovo in un corridoio con le pareti in cemento armato sulle quali si sviluppano decine di tubi di diverse dimensioni.
Il tutto è illuminato da neon che, incapaci di far splendere i colori, sembrano smorzarli verso una serie infinita di tonalità di grigio. Quel tubo è grigio-azzurro, quell'altro più grande è grigio-rosso fuoco, le frecce che mi stanno indicando la strada, sono di una tonalità di grigio-giallo canarino che prende vita solo negli scantinati, e probabilmente non è riproducibile in alcun altro luogo. Passo centraline elettriche, mucchietti di veleno per i topi e avvisi di deblattizzazione dei locali, completi di teschio stilizzato e avvertimento multilingue, forse necessario per dissuadere qualunque forestiero di passaggio dal leccare muri o pavimenti.
L'insetto che sguscia verso una fessura fra i tubi, mi riporta bruscamente al dramma della scarsa alfabetizzazione fra gli scarafaggi.
Mentre cammino in quei corridoi deserti, mi chiedo che succederebbe se incontrassi qualcuno. Che scusa potrei inventarmi, a parte mostrare un pass che non sono nemmeno certo sia valido in quel piano.
Dire di essermi perso sarebbe la scusa più logica, ma anche la meno credibile: va bene perdersi fra gli uffici, ma finire lì! Senza contare che nemmeno sono passato dalla reception, quindi la mia presenza sarebbe oltremodo sospetta.
Mi vengono in mente vecchi film e mi chiedo se anche nei casi di spionaggio industriale sia comune la tortura ma, fortunatamente, appena girato l'angolo, intravvedo finalmente la sagoma dell'ascensore. 
Lo chiamo al piano e non posso fare a meno di sentirmi sollevato, quando vedo la doppia porta aprirsi inondando di luce, per qualche istante, l'intero corridoio.
Arrivato al piano, mi accoglie una segretaria annoiata che mi informa che il dottore mi riceverà fra qualche minuto.
Ne approfitto per rinfrescarmi con un po' del profumo datomi dalla signore, faccio un respiro profondo, indosso il sorriso d'ordinanza e finalmente mi chiamano nella stanza col curriculum in mano.
E' una stanza quadrata, senza finestre. Tre sedie, un tavolo, sulla mia destra uno schedario, con sopra, incorniciata, una vecchia pubblicità delle Pagine Gialle degli anni '70, dove una donna sorridente trova un idraulico in pochi secondi grazie al meraviglioso elenco. La luce artificiale colora l'insieme del tono freddo azzurrognolo che ci si aspetterebbe in una stanza d'ospedale, con l'eccezione dell'enorme pianta sulla sinistra, che in contrasto con l'austerità dell'insieme, è di una tonalità di verde impossibile per queste latitudini, come se un pezzo di foresta pluviale si fosse miracolosamente teletrasportato dall'Amazzonia.
La osservo meglio. E' di plastica.
Ci presentiamo.
Di fronte è il dottor Ardeini, ha un'abbronzatura da dirigente appena tornato dal weekend in barca a vela. Età indefinibile, dai 40 mal portati ai 60 portati benissimo, ed un viso che non scordi, solcato diagonalmente dalla base del naso fino a dietro la guancia da una spessa cicatrice, al collo una vistosa croce in legno, di quelle che, un tempo, usavano gli ordini minori.
Alla sua destra riconosco l'anziana signora che ho incontrato pochi istanti prima. Le è bastato sostituire il golfino con una giacca in tono con la gonna ed indossare un paio d'occhiali per trasfigurarsi nell'immagine austera della donna in carriera.
Accenno un timido saluto, mentre mi chiedo come abbia fatto a precedermi, ma lei non raccoglie.
"Le presento la signora Camerini, la responsabile del reparto" grugnisce il dirigente.
La signora mi porge la mano mollemente sul dorso e per un istante non capisco se pretenda che gliela baci o altro.
Il mio spirito laico prevale.
Mi limito a stringerla.
"Piacere di fare la sua conoscenza. Parlando a nome di entrambi, credo che abbiamo molto apprezzato il suo curriculum" dice guardando con complicità il dottore.
Iniziamo la chiacchierata, come, con ottimismo, l'hanno definita i miei due interlocutori.
E nel frattempo cerco di non guardare la cicatrice sul volto del dirigente.
Fisso le sue mani, la croce che porta al collo, un punto indefinito 2 metri oltre il suo viso, cerco solidarietà negli occhi della signora Camerini, ma per un istante mi distraggo, e lo sguardo al ritorno finisce esattamente dove non doveva finire. Nemmeno alza gli occhi dalla lettura del curriculum e dice "incidente d'auto".
Poi aggiunge: "La metto a disagio?"
Sono come ipnotizzato alla visione di quel candido lampo inciso sulla pelle abbronzata ma dico di no con tono imbarazzato.
"Allora arriviamo al punto" mi spiega Arduini "Voglio che sa che è un lavoro di grande responsabilità, dove si deve salvaguardare l'immagine dell'azienda di fronte ai clienti."
"Capisco", dico.
“Si tratta del ruolo di complaint manager”.
"Capisco", dico. Ma non ho capito.
Mi scruta per capire se ho capito davvero.
"Si tratta di gestire i reclami dei clienti" dice con tono compassionevole la signora "Come se li sentiamo per telefono e cerchiamo una soluzione, in modo semplice e veloce e senza mettere di mezzo gli avvocati".
Spiegato in quel modo, e col tono da nonnina benevola, il lavoro non pare tanto male.
Sembra la descrizione del programma televisivo Forum in versione SEAT Pagine Gialle.
Ma in quella stanza, sappiamo tutti che passare 8 ore al giorno a sentire al telefono le lamentele di clienti insoddisfatti è un lavoro di merda, e che se sono lì è perché ne ho un bisogno disperato.
Quindi reindosso il mio sorriso e andiamo avanti.
"Ho maturato una certa esperienza nel tele-marketing, nel passato" lascio cadere, indicando il curriculum che tiene in mano.
La Camerini per un istante abbandona il tono professionale e, non facendosi vedere dal dottore, mi fa un cenno complice per invitarmi ad approfondire l'argomento.
"Vendite telefoniche. Dovevamo vendere surgelati al telefono" aggiungo.
"Bofrost, leggo. Credo di averli comperati anch'io, pensa un po'" dice il dirigente, la cui cicatrice assume ora la forma di un mezzo sorriso. Contro ogni logica, i surgelati hanno rotto il gelo tanto da indurlo a darmi del “tu”, penso.
"E come li hai trovati?" chiedo, approfittando della familiarità appena conquistata.
Mi guarda malissimo e non mi degna di risposta.
E invece interviene la vecchietta, cambiando completamente discorso "Vedo che è laureato con lode, ha lavorato in istituti di ricerca, nella pubblicità... Non pensa che queste competenze sono sprecate per il lavoro che le offriamo?"
25 parole di quella donna hanno riportato il clima sottozero e mi hanno fatto intuire la gaffe appena fatta.
Lui mi scruta con lo sguardo assassino di un cacciatore di teste amazzonico, pronto a vendicarsi della mia mancanza di rispetto di poco prima, lei mi guarda con un'aurea compassionevole da madonna trecentesca in attesa che io dica qualcosa.
All'agenzia interinale mi hanno raccomandato di sorvolare sul fatto che si tratta di una soluzione tampone, mentre cerco qualcosa di meglio. Ma di fronte alla domanda diretta, non resta che mentire spudoratamente.
"E' un lavoro per un'azienda seria, una grande realtà economica. Poi all'agenzia mi hanno detto che ci sono prospettive di assunzione e possibilità di carriera".
Annuiscono, la tensione si allenta, sembrano contenti.
Anch'io sono contento: 1280 euro al mese, su 14 mensilità, 36 ore settimanali, con ticket e liquidazione, per la mia situazione economica sono una manna dal cielo.
Sono soddisfatto del mio colloquio, e dalle loro espressioni mi immagino che stiano per congedarmi, con ottime prospettive per il futuro.
Ma Arduini non è della stessa opinione.
"Un'ultima cosa... Sarò sincero" sospira il dirigente "Lei sembra una persona capace, ma all'agenzia interinale avevamo chiesto che ci mandavano qualcuno rigorosamente sotto i trent'anni, e lei ne ha 35 abbondanti."
Deglutisco. 
La sua cicatrice adesso ha un'aria sinistra, assumendo la forma di un una scimmietta ammaestrata vestita da giullare, impiccata sull'albero maestro di una goletta seicentesca, ancorata al largo del porto di Bergen in Norvegia, una sera di plenilunio di giugno, ed ondeggiante per l'alzarsi della marea e del vento...
"Per la mia esperienza, e, sottolineo, qui sono io a decidere" aggiunge "penso che lei è troppo anziano e troppo qualificato. Le persone come lei vedono questo lavoro come una breve parentesi, mentre cercano qualcosa di più adatto alle loro possibilità."
Deglutirei di nuovo, ma non ho più nulla da deglutire.
"Vede" aggiunge la vecchietta con tono innocente "teoricamente lei non aveva dovuto nemmeno essere preso in considerazione".
Deglutisco una tonsilla.
"Tuttavia" dice il dirigente..."La signora Camerini, prima del colloquio mi ha fatto notare che lei ha lavorato per le missioni....la cosa ci ha molto colpito!"
"Capisco" rispondo pensando ad altro, ma proprio mentre sto per aggiungere qualcosa siamo distratti da una vampata di profumo dolcissimo.
Odore di fiori, acqua di rose.
Mentre si consultano fra loro, la Camerini sorprendentemente mi ammicca sorridente, immaginando che la boccettina che mi ha dato, si sia rovesciata e stia inondando la stanza del suo profumo.
"E' un peccato che non si può aiutare una persona così devota. Di questi tempi..." mi dice la donna guardando con complicità il dottore, e poi con falsa sorpresa aggiunge "Ma cos'è questo profumo?" quando la raggiungono i primi afflati di quell'odore celestiale.
"Non so, non sento niente di particolare." sostengo fingendo di cercare di essere convincente.
Torquemada ci scruta perplesso. Anche la sua cicatrice ha preso la forma di un enorme punto interrogativo.
L'anziana donna, si alza platealmente sulla sedia, come per odorare meglio. "Eppure...sembra odore di fiori... Come quello che si sente nelle... cripte dei santi." dice come se avesse avuto un'illuminazione mistica quell'angelo del signore di vecchietta "E proviene da lei!"
Non so immaginare la mia faccia nel momento in cui quella santa donna si è infervorata ed ha detto, rivolta al dirigente, che proprio lui sa che certe cose succedono, e che non possiamo fare finta di niente, che ero una persona pia e quello che stava accadendo era un segno del santo.
Quale santo in particolare, non l'ho capito, ma a quella parola il dirigente cambia espressione, borbottando qualcosa di incomprensibile e per poi lanciarsi sulle le mani iniziando ad odorarle e poi a baciarle con sincera commozione.
Fattostà che in pochi minuti, colui che doveva decidere il mio destino si è cristianamente convinto della volontà divina della mia assunzione, ed io me ne esco dall'ufficio, col contratto firmato in mano e l'appuntamento, alle 9 del mattino, il lunedì successivo. 
Sono ancora un po' stupito della piega che hanno preso gli eventi e mi avvio lentamente verso l'ascensore, ma mentre attendo, sento alle mie spalle un colpo di tosse. 
Mi volto e rivedo l'anziana signora.
"Le dicevo che non c'era niente di cui preoccuparsi" mi dice e poi "Mi ha rovinato una boccetta di profumo costoso, mi aspetto che lunedì rimedi. Il pass può lasciarlo in reception, li ho avvertiti."
Meccanicamente accenno a togliermi dal collo il crocefisso.
"No, quella può tenerla. La consideri un gadget aziendale. Anzi le consiglio di indossarla. Mi pare che le porti bene".
Annuisco stupito di come il congiuntivo sia improvvisamente risorto in quelle stanze e poi "Ma si svolgono sempre in questo modo i colloqui in questa azienda?"
La signora si guarda le mani pensierosa e dopo qualche istante "E' una triste storia. ... Il dottore da quando ha avuto l'incidente, non è più lo stesso." E poi con sguardo sognante "Doveva conoscerlo prima, pieno di vita...Un meraviglioso peccatore".
"E poi?"
"Poi tutto è cambiato... Pensa di avere ricevuto una grazia enorme dal Santo e non è più emotivamente stabile come un tempo."
Annuisco convinto. Convinto di molte cose, a dire il vero.
E poi aggiungo "Ma perché Lei ha fatto tutto questo?"
"Avevo letto il suo curriculum stamattina, e mi sono detta che una persona che ha lavorato per le missioni deve essere comunque meno peggio di tanti altri ed andava aiutata. Era da febbraio che Arduini bocciava tutti i candidati ed in ufficio, invece, abbiamo bisogno d'aiuto."
La saluto con gratitudine e mi avvio verso l'uscita.
Svolte le ultime pratiche burocratiche all'ufficio personale, esco dall'edificio da una porta laterale e nel cortile deserto mi reimmergo nel caldo di Luglio. Mentre ero dentro ci deve essere stato un temporale, e la luce adesso ha dei chiaroscuri fiamminghi, riflettendo la forma delle nuvole sull'asfalto bagnato.
Santa donna e miracoloso il correttore automatico di Word, che ha trasformato in volontariato in Africa, il mio lavoro come stagista da Missoni.
Mi avvio verso il cancello di uscita ed istintivamente metto una mano in tasca a controllare la boccetta. Il tappo è pieno di piccoli fori. Diavolo di una vecchietta! Pensare di avere un personaggio del genere come capoufficio mi diverte e mi spaventa allo stesso tempo, ma forse mi spaventa meno di sapere che il capo del personale sia convinto che io sia un "prescelto" dal santo! Ma mentre sono immerso in questi pensieri sono distratto da un rumore sordo e noto un passero che, ingannato dalla luce e dai vetri a specchio del palazzo, si è sfracellato contro una finestra e adesso è a pochi passi da me, agonizzante con il collo ed un'aletta spezzati.
Lo raggiungo, e dopo essermi spostato in un angolo riparato,in modo che nessuno possa vedermi, lo prendo fra le mani per qualche secondo e gli soffio sopra, lanciandolo poi in aria.
Stramazza a terra, stecchito.
Si è fatto tardi, riprendo la mia cartellina e mi avvio alla fermata del bus, un po' deluso.

04 marzo 2009

Odore di santità

Un respiro profondo, sorriso d'ordinanza ed entro nella stanza col curriculum in mano.
Tre sedie, un tavolo, schedario sulla destra sormontato da una stampa bianconero del ponte di Brooklynn, con le torre gemelle ancora sullo sfondo, e sulla sinistra una gigantesca pianta di una tonalità verde che non si è mai vista a queste latitudini, come se un pezzo di foresta pluviale si fosse tele-trasportata dall'Amazzonia.
Guardo meglio.
E' in plastica.
Ci presentiamo.
Di fronte è il dottor Ardeini, ha un'abbronzatura da dirigente appenatornatodallasettimanabianca, segno degli occhialoni da sci compreso. Età indefinibile, dai 40 mal portati ai 60 portati benissimo, ed un viso che non scordi, solcato diagonalmente dalla base del naso fino a dietro la guancia da una spessa cicatrice.
Alla sua destra la Fata Botulina.
E' una bionda tinta, occhi azzurri e 6a di reggiseno. 
Nel paleozoico poteva essere una bella donna, oggi il suo viso è il manuale dell'allegro chirurgo estetico, con la pelle tanto innaturalmente tirata da impedirle di tenere chiusa la bocca.
Praticamente è una mummia
 con delle tette enormi ed un un gigantesco crocefisso bene in mostra sopra una castigata dolcevita nera.
"Le presento la signora Camerini, la responsabile del reparto" grugnisce il dirigente.
La mummia mi porge la mano mollemente sul dorso, e per un attimo non capisco se pretenda che gliela baci o altro.
Il mio spirito laico e repubblicano prevale.
Mi limito a stringerla.
"Piacere di fare la sua conoscenza. abbiamo molto apprezzato il suo curriculum" squittisce. con accento marchigiano? o abruzzese?
Iniziamo la chiacchierata, come, con buona dose di ottimismo, l'hanno chiamata i miei due interlocutori.
Cerco di non guardare la cicatrice sul volto del dirigente.
Sto fissando un punto indefinito sul muro, tre metri oltre il mio interlocutore!
Mi distraggo un istante. 
La sto guardando, e lui se ne sta accorgendo!
Nemmeno alza gli occhi dalla lettura del curriculum e dice "è colpa di un incidente d'auto".
Dev'essere stato orrendo, dico, non sapendo cavar fuori niente di più intelligente...
Alza gli occhi e chiede: "La mette a disagio?"
Sono ipnotizzato alla visione di quel pallido fiordo inciso sulla pelle abbronzata.
Da bambino, ammirando Capitan Harlock, avrei pagato qualunque cifra pur di avere una cicatrice in viso, poi mi hanno spiegato che dovevo farmi una ferita per procurarmela e che nel ferirsi ci si fa male.
Archiviate per sempre le pulsioni estetiche autolesioniste.
No! rispondo con tono falso e cortese.
"Allora arriviamo al punto" mi spiega Ardini o come si chiama "è un lavoro di grande responsabilità, dove si deve salvaguardare l'immagine dell'azienda nei confronti dei propri clienti."
"Capisco", dico.
Si tratta del ruolo di complaint manager, mi dice.
"Capisco", dico.
Non ho capito.
Mi scruta.
Gli leggo nel pensiero che non ha capito se ho davvero capito o se fingo.
"Si tratta di gestire i reclami dei clienti" dice con tono compassionevole la Fata Botulina "li sentiamo per telefono e cerchiamo una soluzione, in modo semplice e veloce e senza mettere di mezzo gli avvocati".
Spiegato in quel modo, e con quell'accento rustico, il lavoro non parrebbe male.
Sembra la descrizione del programma televisivo FORUM in versione SEAT Pagine Gialle.
Ma io so che parlare al telefono per 8 ore al giorno con clienti incazzati è un lavoro di merda, lei lo sa che è un lavoro di merda, e sa anche che io lo so e che so che lo sa.
Ma io ho BISOGNO di questo lavoro.
E loro lo sanno, ed io so che lo sanno, e lo sanno che io so che lo sanno.
Quindi reindosso il sorriso e andiamo avanti.
"Ho maturato una certa esperienza nel telemarketing, nel passato" lascio cadere, indicando il curriculum che tiene in mano.
"Ah, bene... di che si trattava?" chiede la mummia.
Considerato che aveva appena detto di aver letto con interesse il mio curriculum, la domanda mi sorprende. O forse è un test?
"Si trattava... Di vendite telefoniche. dovevamo vendere surgelati al telefono"
"Bofrost, leggo. credo di averli comperati anch'io, pensi un po'" dice il dirigente, la cui cicatrice assume la forma di un mezzo sorriso.
Contro ogni logica, i surgelati hanno rotto il gelo.
"ah, davvero, e come li ha trovati?" chiedo facendo finta che la cosa mi interessi veramente.
Non mi degna di risposta.
E invece interviene la mummia "Vedo che è laureato con lode, ha lavorato in istituti di ricerca, nella pubblicità... Non pensa che queste competenze sono sprecate per il lavoro che le offriamo?"
25 parole di quella donna hanno riportato il clima a -18 ed ucciso ciò che restava del congiuntivo nella lingua italiana.
Lui mi scruta con lo sguardo gelido di un cacciatore di teste...amazzonico, lei con la bocca mezza aperta, come le è ormai connaturato, mi guarda con gli occhioni blu in attesa che dica qualcosa.
All'agenzia interinale mi hanno raccomandato di non dire assolutamente che si tratta di una soluzione tampone, mentre cerco qualcosa di meglio: darei l'idea di uno che dopo un mese di formazione si licenzia o che, se resta, lavora poco motivato.
Quindi mento.
"E' un lavoro per una ditta seria, una grande realtà economica del paese. Poi all'agenzia mi hanno detto che ci sono prospettive di assunzione e possibilità di carriera".
Annuiscono, sembrano contenti.
Anch'io sono contento: 1280 euro al mese, su 14 mensilità, 36 ore settimanali, con ticket e liquidazione.
Data la mia attuale situazione economica, è l'Eldorado.
Vorrei alzarmi, sulle ali dell'ottimismo, ma Arduini mi fa cenno di aspettare.
"Un'ultima cosa... Sarò sincero" dice il dirigente "Lei sembra una persona capace, ma all'agenzia interinale avevamo chiesto qualcuno sotto i trent'anni, e lei ne ha quasi 35."

Deglutisco. 
la sua cicatrice adesso ha un'aria sinistra, assumendo la forma di un una scimmietta ammaestrata vestita da giullare, impiccata sull'albero maestro di una goletta seicentesca, ancorata al largo del porto di Bergen in Norvegia, una sera di plenilunio di giugno, ed ondeggiante per l'alzarsi della marea e del vento...
"Per la mia esperienza, e, sottolineo, qui sono IO a decidere" aggiunge "lei è troppo anziano e troppo qualificato. Le persone come lei vedono questo lavoro come una breve parentesi, mentre cercano qualcosa di più adatto alle loro possibilità. E questo non incontra le nostre necessità"
deglutirei di nuovo, ma non ho più nulla da deglutire.

"Vede" aggiunge la mummia "lei non dovrebbe nemmeno essere preso in considerazione".
deglutisco una tonsilla.

"Tuttavia" dice il dirigente... "Tuttavia, dicevo, la signora Camerini, mi ha fatto notare come nelle attività extracurriculari, lei ha lavorato per le missioni....la cosa ci ha molto colpito!"
"Capisco" rispondo meccanicamente.
Nel dirlo, mi distraggo per un'improvvisa vampata di profumo dolcissimo. 
Odore di fiori, acqua di rose. Mentre parliamo, mi rendo conto che la salviettina che ho usato per rinfrescarmi nell'attesa, deve essere uscita dalla bustina dove l'avevo riposta e sta inondando la tasca della mia giacca del suo profumo.
"Ci spiace non poter aiutare una persona così devota, sa, di questi tempi...Con tutti questi giovani che fanno le cose strane" mi dice la donna, e poi aggiunge "Ma cos'é questo profumo"  mentre stanno raggiungendola i primi afflati di quell'odore floreale.
"Non sento nessun profumo particolare." sostengo negando l'evidenza.
Torquemada mi scruta perplesso. anche la sua cicatrice ha preso la forma di un enorme punto interrogativo.
"Eppure...sembra odore di fiori... Come quello che si sente nelle... cappelle dei santi." dice con aria stupita quell'angelo del signore "E proviene da lei!"
Non so immaginare la mia faccia nel momento in cui quella santa donna si è commossa ed ha inziato a farfugliare qualcosa sul fatto che fosse un segno del santo, che tutto quello che stava accadendo era il santo a volerlo.
Fattostà che in 5 minuti, colui che doveva decidere viene convinto dalla piissima donna della volontà divina della mia assunzione, ed io me ne esco dall'ufficio, col contratto firmato in mano e l'appuntamento, alle 9 del mattino, direttamente in ufficio, il lunedì successivo. 
Benedetta donna, e benedetto correttore automatico di Word, verrebbe da dire.
Ma adesso chi va a spiegare a questi, che io lavoravo per Missoni?

23 agosto 2008

demotape...?

Ora che i demotape non si registrano più su tape, ma in digitale, come li si può chiamare? Osservazioni oziose a parte, dopo diversi anni sono in "sala di registrazione" (altra inesattezza: ormai i demotape si registrano con registratorini digitali multitraccia con effetti, ingressi chitarra e microfono e batteria integrata... ) per provare a dare un senso ai 100 pezzi abbozzati che mi sono girati per la testa negli ultimi tempi.
Registrandoli mi rendo conto che quello che esce fuori è molto più incazzato di quanto non mi aspettassi. Soprattutto musicalmente. Il che è bizzarro considerando che ascolto prevalentemente musica classica... presto i link per farviascoltare qualcosa (e ricevere le carrettate di critiche del caso)... al momneto non rilascio autografi.

23 aprile 2008

di cantanti e chitarre

Cristina Donà, dal vivo in televisione, armata di una Gibson Dove (chitarra di gran classe, con design e decorazioni anni '50). Marchio Gibson coperto da un rpovvidenziale capostasto mobile piazzato strategicamente. Un vezzo. Come togliere il coccodrillo da una lacoste. Il suo chitrrista d'appoggio suona una Martin (una D14, probabilmente: le Martin sono quasi tutte molto simili fra loro). Altra chitarra di alto livello, ma austera come una monaca di clausura. Emozionante vedere due chitarre tanto diverse suonare assieme.

28 febbraio 2008

In the garden of my house of love

Sto invecchiando.
Non sono i capelli bianchi che mi hanno fatto capire che anche per me passa il tempo: i capelli bianchi li avevo anche a 24 anni.
Sono i miei comportamenti piuttosto.
Sono alcuni giorni che sul mio stereo sto ascoltando solo musica di almeno 10 anni fa...
Mi ricordo che, quando avevo 18 anni, se conoscevo uno che ascoltava solo music anni '60-70 lo trattavo con la divertita accondiscendenza che si riserva si reperti del paleozoico. E temo di essere entrato anch'io in questa voragine di staticità nei gusti artistici.
Il lato positivo di questo è che sto "recuperando" alcuni vecchi Cd che non ascoltavo da anni: Style Council, in primis, ma soprattutto sto ascoltando con ossessività l'album "the House of Love" dell'omonimo gruppo. Pop-rock-psichedelico. Molto ben fatto.
E sopratutto, non essendo collegata a momenti particolari della mia vita (al contrario, ad esempio di quella degli Smiths) è musica che mi permette una full immersion di suoni un po' retrò senza cadere nella nostalgia o nel sentimentalismo.
Molto figo. E molto consigliata la riscoperta di questi gruppi, con talento, ma poca testa, che hanno fatto qualche album di buon livello per poi scomparire nel nulla, normalmente dopo essersi sciolti per dissidi all'interno del gruppo, normalmente nati dopo che un giornalista qualunque definisse il cantante del gruppo il migliore songwriter del mondo, normalmente non senza una buona dose di malizia (maledetta stirpe quella dei giornalisti musicali).
Altri nomi? The Church, Waterboys, Prefab Sprout, Stone Roses...
In un'epoca in cui prima o poi viene rivalutata qualunque porcheria, certe cose valgono la pena più di altre. E "Shine On" e "The Beatles and the Stones" sono due gran bei pezzi.

26 febbraio 2008

Wag the dog


L'ho rivisto pochi giorni fa, dopo averlo visto, al cinema ,quando era uscito.
Col passare degli anni ho l'impressione che questa pellicola, ci guadagni.

Ma andiamo per ordine: intanto è impressionante che il film sia uscito negli USA appena 17 giorni prima che scoppiasse il "Sexgate".
Un anno prima della guerra del Kosovo.
A vederlo dopo 10 anni, è impossibile non assegnarli il premio "sfera di cristallo del secolo".
Senza menare troppo il torrone le accuse di esagerazione o "fantapolitica" che gli vennero mosse al tempo della sua uscita, col senno di poi, risultano cadere.
Certo si tratta di satira politica, quindi i meccanismi sono mostrati in modo paradossale, estremizzati, ma la sostanza è decisamente più inquietante di quanto il ritmo da commedia non faccia intuire.

Se aggiungiamo che i dialoghi sono spesso brillanti, che il film scorre piacevolmente e che gli attori fanno onestamente il loro mestiere, capirete come mai è un titolo che vi consiglio di recuperare.
Per quanto mi riguarda è una pellicola di culto.

25 febbraio 2008

Juno 2


Diablo Cody, la ex spogliarellista e blogger, ha vinto l'oscar per la migliore sceneggiatura originale.
Probabilmente non sarà costretta a riprendere il suo vecchio lavoro, in ogni caso le sue tette nuove hanno fatto un figurone alla cerimonia di premiazione. Anche se l'abito non ha fatto onore al suo décolleté.
Comunque non si può dire siano stati soldi sprecati.
Pur non avendo ancora visto il film, lei è già assunta nell'olimpo delle mie eroine preferite.
Ecco il suo discorso di ringraziamento:

"Che sta succedendo? Questo premio sarebbe per gli sceneggiatori e voglio ringraziare tutti gli sceneggiatori. Voglio ringraziare specialmente gli altri che hanno raggiunto la nomination perchè li adoro e sto cercando di imparare da loro ogni giorno. Quindi grazie. Voglio ringraziare l'Academy, Fox Searchlight, il Sig. Mudd,
Dan Dubiecki. Voglio ringraziare il nostro incredibile cast inclusa l'incredibile Ellen Page. Voglio ringraziare Jason Reitman, che considero come un membro della mia famiglia e sono sgomenta dal suo talento come regista. Voglio ringraziare Sarah Self. Voglio ringraziare Mason Novick che sapeva che potevo farcela prima ancora che ce la facessi veramente. E soprattutto voglio ringraziare la mia famiglia per avermi amata esattamente per come sono."

Che ragazza adorabile!


21 febbraio 2008

Juno...

Occhio a questo filmetto, che partito in stra-sordina (nemmeno in classifica la prima settimana di programmazione), grazie ad un vorticoso passaparola è da quasi 3 mesi nella top ten dei film più visti negli USA ed ha incassato già 125 milioni di dollari.
Situazione divertente, nella patria dei film-evento lanciati con videogame, pupazzetti e gadget vari.
Ancora più curioso è che sia stato sceneggiato da "Diablo Cody" (vedi foto), una ex spogliarellista, poi diventata blogger di successo. Alla sua opera prima è subito approdata alla nomination per l'oscar. Coi soldi guadagnati, come prima cosa, si è regalata delle tette nuove, casomai il successo risultasse fugace e dovesse tornare al suo vecchio mestiere. Questo sì che è avere i piedi per terra.
Decisamente il film sorpresa dell'anno e alcune certezze per gli oscar potrebbero vacillare di fronte a certi numeri. E come non commuoversi di fronte ad una storia del genere?

Nota bene... da noi il film uscirà fra un mese e mezzo. Bella pensata da parte dei distributori, che in questo modo si bruciano l'effetto promozionale della nomination agli oscar...

p.s. Se qualcuno avesse qualche contatto eccellente, faccio notare che posso vantare in curriculum una vita piuttosto dissoluta e un blog di discreto livello. Certo non sono una "smandrappona de paura", ma da quando in qua queste cose interessano ai produttori cinematografici?

18 febbraio 2008

All that Jazz...

Roy Scheider alias Joe Gideon è morto.

All That Jazz è uno dei film che mi porto dietro da più tempo... Non so quando lo vidi per la prima volta, ma doveva essere in televisione, quando ero ancora bambino. E mi ricordo che fu un amore a prima vista: la figura di questo irresistibile cazzone che mostrava come l'autodistruzione fosse una scelta non peggiore di altre, purché portata avanti con stile ed ironia, mi ha cambiato la vita.

Pochi anni fa ne comperai il DVD. Erano anni che non lo vedevo. E riguardandolo scoprii che, inaspettatamente, molte piccole ossessioni della mia giovinezza erano collegate a questo film. Ho capito come mai per anni, da giovane, amassi vestirmi di nero e guardandomi allo specchio dire “si va in scena”. Quando iniziai a fumare, la scelta fu inevitabile: Camel (meglio se senza filtro). E trovarmi di fronte all'origine di queste mie piccole stupidaggini, invece che mettermi in imbarazzo o farmi sentire uno sciocco, mi fece piacere.

Da qualche tempo sto riguardando vecchi film per capire se anche altre mie manìe abbiano origine cinematografica. Sarebbe interessante scoprire che, per esempio, il mio disordine cronico, in realtà è un omaggio ad un film di François Truffaut che ho visto da bambino o che il mio pessimo carattere ed i miei rapporti burrascosi con le donne sono dovuti ad una cattiva intepretazione del personaggio di Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio... Darebbe a questi difetti un'origine nobile, in un certo senso.

Forse potrei anche smettere di considerarli difetti e potrei giustificarli (almeno di fronte alla mia coscienza) come fossero una citazione, un copione che inconsapevolmente ho recitato per lungo tempo.

Se capissi l'origine cinematografica o letteraria delle cose stupide che faccio continuamente, potrei anche decidere di smettere di recitare questa parte e iniziare a recitarne un'altra, magari più ricca di soddisfazioni, diventando, se non un uomo migliore, almeno un interprete più eclettico.

Immagino che tutto questo sembri stupido, però mi sentirei sollevato...

12 febbraio 2008

Suini Tod's... l'ammazzatutti


Ce sta 'na nave che arriva a londra con un bel pischello che canta eddice "che ficata Londra, nun ce posso crede" e ce sta 'r cantante dei damned, quello colla mesch che sembra la sposa de franchestain che je dice che cazzo sta'ddì? Londra è 'na mmerda!
E er cantante dei damned lo sa bbene ché c'ha dovuto cambià nome pecchè un giudice porco e stronzo e colle tod's pe' zompaje la moglie bbona l'à mannato in australia pe' 15 anni e je girano a vortice.

Allora er cantante dei damned torna accasa e ce trova un sacco de bacherozzi e pure un bacherozzo più grande che è la sua padrona de casa che ce fa le torte coi baccherozzi perchè la carne je costa troppo. E se vanta pure.

Lei je racconta che la moglie bbona è stata zompata dargiudce e sè avvelenata che farlo col giudice porco colle tod's proprio je faceva schifo e che la fijia bbona l'ha pijiata er giudice che s'é detto "ao, nun mè mai successo de zompamme madre e fijia, provamo!" ma che c'ha aspettato 15 anni perchè la pischella bbona era ancora 'na creatura ecche ve bene essere porci ma pure pèdofili ai produttori ce pareva fosse proprio troppo.

E la tiene chiusa in casa pecchè è bbona e c'ha paura che qualcuno ja zompi prima dde lui. Però la fijia bbona vede alla finestra er bel pischello e sennamorano, però er giudice s'encazza de brutto e je promette ar pischello che se torna agguardare la fijia bbona lo smonta come un mobile ikea e je dà foco all'istruzioni.

E allora er cantante dei damned che prima de inizià a cantà faceva er barbiere va ar mercato dove c'e stà Borat vestito come er mago zurlì che fa er barbiere italiano e ce fa 'na gara... Però Borat canta canta canta tanto che er cantate dei damned ha'r tempo de leggese 'r giornale, annà a fasse'na pennichella e vince lo stesso.

Tutta londra nun ce pò crede che Borat ha perso, perchè Borat è'n barbiere famoso. Ed allora tutti vanno dal cantante dei damned a farse tajà la barba. E dar barbiere ce va pure Borat che je rode ancora e je dice: io te conosco, tu sei er cantante dei damned!!! E je chiede 'na mazzetta pe' sta' zitto però er cantante che già je girano pe' la storia dela moglie bbona non c'ha tanto senso dell'umorismo e l'ammazza.

Poi arriva pure er giudice porco e colle tod's che se vo' ffà bbello pe' potesse zompà la fijia bbona, e er cantante è contento che così je taglia la gola e cantano, cantano cantano tanto che se fa tardi e er giudice se va.

Er cantante è 'ncazzato nero che dice che lì è tutta 'na merda, che 'sto musical è 'na merda, che se canta troppo e nun succede un cazzo e che se sapeva de dovè ccantà nun ce veniva. E allora decide de boicottà'r musical scannando tutti quelli che je passano sotto 'r naso. E la bacherozza je dice, ma pecchè sprecare tutta quella bella carne? E decide de reciclà.

Er pischello che lavorava co' Bborat viene preso a lavorà ner negozio de torte coi bacherozzi dove non ce mettono più bacherozzi, ma la carne degli ammazzati dar cantante dei damned. E la gente è contenta de magnà 'ste torte che la bacherozzona se fa un sacco de sordi e se vole sposà 'r cantante dei damned.

La fijia bbona però viene pescata dar giudice che stava pe' dasse cor pischello bbono e s'encazza e la manna ar manicomio pe' falle abbassà 'a cresta.

Er pischello der Borat però se sta a preoccupà perchè 'a ggente dice che in quella bottega ce fanno cose strane ed anche 'na vecchia laida e mezza matta je dice a ttutti che in quella bottega ce fanno cose strane.

E allora la bacherozzona prende er pischello che lavorava da Borat e lo rinchude, e alla fine tutto finisce in un daje daje generale che finisce che: er cantante dei damned ammazza lo sgherro del giudice porco, er giudice porco, la vecchiaccia laida, che alla fine non era nè vecchia nè laida, ma era la moglie bbona (anche se manco più bbona era) e la bacherozzona che je aveva fatto crede che la moglie era morta.

Tutti morti sangue dappaura ed alla fine er pischello di Bborat ammazza er cantante dei damned perchè cosi era sicuro che nun ce fanno un SUINI TOD' S 2 che nun se potrebbe proprio sopportà...

Che fine fanno la fijia bbona e er bel pischello nun se sa, ma da come se sta a mette er firm, tanto bene nun stanno affinì de certo...

Preview Oscar 2008 e piaceri proibiti della fibra ottica

Mi sto preparando per gli oscar: in questi giorni ho visto "Espiazione", "Sweeney Todd" e "No country for the old men". Stasera sarà il turno di "There will be blood", domani "into the wild" e "Michael Clayton".
Juno è introvabile (è ancora in prima visione negli USA), e comunque mi ispira poco.
Nel mio tabellino parziale, al momento "No country" è facilmente in testa, pur non avendomi esaltato. Sweeney Todd è Tim Burton che imita se stesso, Espiazione inizia benissimo per trasformarsi in un polpettone noiosissimo.
Ho grandi aspettative per "There will be blood", spero di non essere deluso.
Negli USA è anche finita la IV stagione di House MD, 12 sole puntate invece delle previste 24 causa sciopero sceneggiatori. Infatti finisce a metà senza un vero perchè...
Ogni tanto mi chiedo perchè non cambio operatore, visto che fastweb mi costa un botto. E in periodi come questo trovo facilmente una risposta.
Quando arriva la primavera? voglio riprendere possesso a tempo pieno di casa mia e inziare una nuova stagione di cineforum.

07 febbraio 2008

i Lui: i Peter Pan: 2. I Mammoni (ancora da completare, ma manca poco)

Credo che a questo punto della lettura avrete capito che io non sono la persona più adatta a dare consigli sulla felicità di coppia.

Sono però in grado di dare una definizione di coppia tout-court: essa infatti è formata dall'unione di due persone.

In realtà ci sono momenti della vita in cui, per caso o per scelta, il numero di persone che formano la coppia può essere differente. Pur non essendo un bacchettone, l'esperienza mi ha insegnato che quando nella coppia si è in più di due, a lungo andare qualcuno è di troppo, mentre quando si è in meno di due (succede anche questo), qualcosa non funziona come dovrebbe.

Le ragioni, le modalità e le conseguenze di queste situazioni possono essere disparate: essere il terzo incomodo in una coppia in crisi, non è certamente una situazione fra le più encomiabili moralmente, tuttavia, nel breve periodo, non le si possono negare dei risvolti piacevoli. Simmetricamente, scoprire che la coppia cui apparteniamo ha un numero di componenti innaturalmente superiore alle nostre aspettative può essere fastidioso.

Esiste però una categoria di persone, di entrambi i sessi, che la pensa diversamente. Che ritiene che una coppia sia perfetta quando si è in tre. Non mi sto riferendo a neo-hippy profeti dell'amore libero, ma, come avrete intuito, ai mammoni.

I mammoni possono essere di entrambi i sessi.

In realtà praticamente tutte le donne appartengono a questa categoria, quindi parlare delle mammone equivarrebbe a parlare delle donne in generale. Per questa ragionevolissimo motivo concentreremo le nostre riflessioni sui mammoni di sesso maschile.

Si dice che per l'uomo italiano tutte le donne sono mignotte esclusa la mamma. Abbastanza ottimistico considerando che molti di noi sono i figli della generazione che ha fatto il '68 e la rivoluzione sessuale. Ad ogni modo, l'immagine classica del maschio italiano è quella di una persona che ama sua madre più di qualunque altra cosa al mondo.

La cosa non deve influenzarci più di tanto: in fondo l'immagine stereotipata del maschio italiano ci dipinge immancabilmente coi capelli neri, bassi e tarchiati, con baffi e basettoni, con indosso una coppola e una lupara a cantare romanze napoletane accompagnati da un mandolino su una gondola a Venezia.

Tutti i pregiudizi hanno un fondamento di verità. Io per esempio suono benissimo il mandolino. Ed è anche vero che, pur con le dovute eccezioni, il maschio italiano medio fa una fatica superiore ai suoi colleghi europei a staccarsi dai vincoli familiari. La donna italiana, al contrario, nemmeno ci prova.

Il mammone ha la caratteristica di riuscire a mimetizzarsi fra le altre persone, se in compagnia. Al contrario di altre categorie non è riconoscibile a prima vista, non ha un abbigliamento standard, né elementi evidenti di riconoscimento. Quindi l'indagine sulla vera natura del maschietto che avete appena conosciuto sarà, almeno inizialmente, solo indiziaria.

Un primo indicatore del rapporto morboso fra un figlio e la propria madre è, banalmente, la distanza in linea d'aria fra le loro abitazioni. Distanza che, evidentemente può essere uguale a zero, nel caso di figlio convivente con la mamma, ma che può essere preoccupante, in grandi città come Roma o Milano, anche nel caso di diverse centinaia di metri, o addirittura chilometri, se in zone ben servite dalla metropolitana.. D'altra parte queste persone cercano giustificazioni di ogni sorta per spiegare lla vicinanza alla propria madre. Ne presento alcune.

Sta a voi, giovani donne in età da marito, decidere quali e quando queste giustificazioni siano accettabili o, almeno plausibili. Da parte mia, mi limito a dare alcuni spunti di riflessione.

Scuse come “mia madre è malata” ed ha bisogno di avere qualcuno vicino, sono da accettare con molta cautela: è vero che si richiamano ad una certa letteratura ottocentesca piena di buoni sentimenti, ma, a meno che il vostro fidanzato non sia un geriatra, non vedo di che utilità possa essere la sua presenza costante al capezzale della madre. Senza contare che applicando in modo generale questa regola, visto che, chi più, chi meno, praticamente tutte le donne di 70 anni sono malate, qualunque figlio dovrebbe passare l'intera sua esistenza accanto alla madre.

Come, a ben vedere, già accade.

Tuttavia, non nego che un figlio responsabile possa sentire il dovere di accudire la propria madre, se effettivamente in cattiva salute o se prossima alle sue ultime ore, soprattuto se è in gioco una consistente eredità.

Altrettanto frequente è la frase “abito vicino a mia madre perché, sai, se le succedesse qualcosa...”.

A parte il tono vagamente iettatorio di una dichiarazione del genere, che dovrebbe succedere a sua madre? Ha 70 anni, non si droga, non scopa a destra e manca, si sente tutti i giorni con altre 4 vicine sue coetanee per fare la spesa o per darsi una mano l'un l'altra. Per carità, la tua costante presenza le fa piacere (è pur sempre una mamma italiana), ma, non si vede di cosa, una donna del genere, possa avere bisogno da richiedere una presenza costante del proprio figliolo!

Altra scusa apparentemente valida, ma assai criticabile per giustificare un'eccessiva vicinanza alla madre è “sai, abito in questa piccola dependance di casa dei miei. In fondo perché pagare l'affitto?” Ovviamente esistono tutta una serie di varianti, sul tema sia del tipo di abitazione, sia sul tipo di contratto di locazione, ma frasi del genere dovrebbero portare la donna saggia a chiedersi se la persona che ha conosciuto sia un inguaribile mammone o, semplicemente, un lurido spilorcio.

I maggiori problemi a cui si va incontro frequentando un mammone, non sono altro che la massima estremizzazione di quelli propri di tutti i Peter Pan.

Entrando nello specifico, poiché il vostro potenziale compagno è stato cresciuto, coccolato, lavato, stirato e nutrito dalla mamma, è giunto all'età adulta pressoché incapace di ogni forma di indipendenza, sia nelle cose pratiche che nella sfera affettiva. Il che, più che una fidanzata, fa di voi una specie di versione gratuita della loro donna di servizio. Per carità: conosco donne che non sognano altro se non rendere felice il maritino con manicaretti, camicie stirate e la casa in perfetta pulizia. Tuttavia, se pensate che l'economia domestica debba essere il vostro campo di realizzazione nella vita, sappiate che, per quanti siano i vostri sforzi, nel cuore del proprio compagno potrete solo aspirare alla medaglia d'argento.

Sarebbe però ingeneroso limitarsi ad elencare i lati negativi di questa categoria. In realtà l'essere stati addestrati fin dalla più tenera infanzia a ricevere ordini da una donna, essere così attaccati alla propria casa e famiglia, e l'abitudine ad essere tenuti sotto stretto controllo, rende i mammoni una delle categorie più innocue dell'universo maschile.

Certo innocuo non è sinonimo di avventuroso, intraprendente o audace. Ma se non sono queste le caratteristiche che cercate in un uomo, o se la vostra sveglia biologica inizia a suonare incessantemente, dovreste abbassare il livello delle vostre aspettative e considerare seriamente di affidarvi ad un mammone.

Siamo sinceri: a che serve un uomo in casa, se non ad aiutare a portare la spesa, cambiare una lampadina ogni tanto e scaldare il letto durante l'inverno? E nessuna di queste attività fondamentali è messa in seria discussione dal fatto che il vostro compagno sia un mammone impenitente. Anzi. Il fatto che il proprio spesso vada a trovare la mamma può essere occasione per ritagliarsi dei piccoli momenti di tregua, da dedicare alla lettura, alla frequentazione di amiche o, se il vostro aspetto ve lo consente, integrare la vostra sfera affettiva con altre frequentazioni maschili, giusto per ristabilire una certa simmetria negli coppia.

05 febbraio 2008

Io e gli anni '80...forse c'entra col bestiario, forse no...

Le ricerche sugli anni '80 iniziate dal “blogger” Zambrius per la stesura di un libro mi hanno portato a interrogarmi su quel decennio, del quale mi illudevo di ricordare tutto.

E riguardando film, rileggendo materiale, andando a scovare alcune vecchie foto, ho capito quanto sia complicato avere il ricordo chiaro di un'epoca, anche quando la si è vissuta di persona.

Mi spiego meglio: ho scoperto che quando ripenso agli anni '80, tutti i miei ricordi sono, in realtà, sensazioni e sentimenti molto frammentati e personali.

I miei anni '80 sono stati principalmente una brunetta piccina e con un bel sorriso, numerose figure di merda delle quali ancora oggi mi vergogno a pensarci, un bel po' di dischi, qualche libro e film, la ricerca perenne di soldi per comperare scarpe da basket nuove e il rimpianto per qualche ragazzina con la quale avrei potuto comportarmi in modo più intelligente, o anche solo più gentile.

Se mi sforzo, posso anche arrivare a ricordare i pomeriggi a giocare a carte con la nonna, le sere in birreria a decidere con gli amici quale fosse la canzone migliore di tutti i tempi (credo di avere scelto Don't Box Me In di Stewart Copeland e Stan Ridgway. Ma non saprei bene spiegare il perchè), e poco altro.

Ma è possibile che 10 anni della mia vita, 10 intensi anni a cavallo dell'adolescenza, si riducano ad una manciata di ricordi sfocati?

Che cazzo ho fatto per 10 anni?

Di certo (e mia madre ne è testimone), non li ho passati sui libri a studiare, né, a correre dietro alle ragazzine, visto che mi ricordo bene quale miscuglio di timidezza e di goffaggine fossi all'epoca.

Qualcosa non quadra.

La prima possibilità è che io abbia una pessima memoria. Però anche l'uomo più smemorato credo che si ricorderebbe chiaramente almeno le cose importanti. Ad esempio il suo primo bacio. Io no, o meglio... ne ho un ricordo vago e poco emozionante. E non potrei nemmeno giurare sul nome e la fisionomia della ragazzina in questione. E lo stesso vale per il secondo bacio. Paradossalmente il terzo lo ricordo meglio! Mi chiedo se sono l'unico ad avere questi problemi...

La seconda possibilità è che, come nel film "Men in Black", mi sia trovato in mezzo a qualcosa di davvero importante ma che in seguito, il ricordo mi sia stato selettivamente cancellato dalla memoria. Una delusione d'amore? Il rapimento da parte degli alieni? L'iscrizione al Fronte della Gioventù? Quale intollerabile sciagura può rendere necessario un elettroshock o qualunque altro strumento sia stato usato? Provo ansia al solo pensiero.

La terza teoria sostiene che, in realtà io sia un cyborg simile a quelli di Blade Runner: ho ricordi, sì, ma in realtà non sono miei. Sono il collage di ricordi di altri, incoerenti fra loro.

Il che spiegherebbe come mai io non veda mai i miei ex compagni di classe.

Che una volta all'anno mi capiti di incrociare un generico compagno di scuola, sì, certo. Ma compagni di classe, mai.

Eppure 30 persone, della stessa età... Per quanto possa essere grande Torino, statisticamente mi sembra impossibile che fra feste, inaugurazioni d'arte o luoghi pubblici, negli ultimi 20 anni, ne abbia incontrati due o tre al massimo. Nessuno negli ultimi 10. Però tutto diventerebbe statisticamente molto più accettabile, se mi fossero stati impiantati i ricordi di un liceale di Pordenone. Scelta strategica, indubbiamente. Quando mai andrò a Pordenone? E chi incontrerò di Pordenone? Sempre che Pordenone esista, va da sé...

Ma la stranezza non si ferma qui: il fatto è che le rarissime volte nelle quali incontro questi miei compagni di liceo, si creano situazioni surreali. Il che mi porta alla quarta, e più bizzarra, possibilità.

Forse il problema non è la memoria, il problema sono io che, al contrario di quanto dicano i miei ricordi, ho avuto degli anni '80 sfrenati.

Tuttavia mescolando schizofrenia e sfiga, alla mia personalità attualmente dominante sono rimasti solo i ricordi di seconda classe. Quelli meno interessanti, quelli che non ti portano a particolari emozioni positive. I ricordi banali o sgradevoli.

Anche questa teoria ha i suoi validi argomenti: come mai le rare volte in cui incontro un mio compagno, non lo riconosco? Sì, c'é una vaga somiglianza, ma non superiore a quella che un buon truccatore è in grado di ricreare trasformando, ad esempio, Sergio Castellitto in Fausto Coppi. Ma ad aggiungere ansia al palpabile imbarazzo, mi chiedo come mai, dei duecento aneddoti e simpatiche avventure vissute assieme quando avevamo 16 anni, dei trecento nomi-e-cognomi-e-codice-fiscale di altri ex compagni che, il presunto mio ex compagno elenca in ordine alfabetico, come mai, dicevo, per quanto sia preciso, puntuale o addirittura fotografico il racconto, non ricordo assolutamente nulla dei fatti e persone citate?

Ma soprattutto (questa è la cosa che mi fa più incazzare) com'è possibile che incontrando una mia ex compagna di scuola qualunque, questa non possa fare a meno di raccontarmi quanto fossi simpatico e carino e concluda col confessare che, al tempo, aveva una segreta cotta per me, quando in tutti i miei ricordi dell'epoca la principale protagonista femminile è una voragine di sfiga totale?

Essendo improbabile che tutte le ex compagne di scuola che incontro siano delle bugiarde, evidentemente, l'altra mia personalità deve avere ricordi molto più divertenti di quelli della mia personalità attuale. Mi viene da pensare che fosse una personalità simpatica, socievole, popolare ed anche ragionevolmente belloccia. Solo che, come sempre accade nel caso di coppie male assortite, ad un certo punto ne ha avuto abbastanza ed è andata per la sua strada, portandosi via tutte le sue cose. Ed adesso, magari, gestisce un topless-bar sulla spiaggia a Tonga, o, più facilmente, suona in incognito coi Radiohead.

Perché, alla fine, il vero problema è questo: la fatica dell'esercizio quotidiano alla chitarra me la rammento bene, mentre i ricordi della gloria, della ricchezza e della fama interstellare, dopo il divorzio, sono evidentemente rimasti all'altra mia personalità... Una vera pugnalata alle spalle.

29 gennaio 2008

Zia Bonnie...


Bonnie Tyler è una cantante gallese quasi 57nne. Uno di quei personaggi dotati di buona voce, ma che hanno assaggiato il grande successo solo a tratti e dopo una lunga gavetta. In ogni caso è un'artista che si è tolta belle soddisfazioni, raggiungendo la posizione n.1 delle classifiche mondiali sia con “Total Eclipse of the Heart”, sia (e questo pochi se lo ricordano) con la canzone “The Best”, in seguito cantata, con successo ancora maggiore, da Tina Turner.

Perché questo personaggio mi ha incuriosito?

Come detto, Bonnie Tyler sta vivendo una serena mezza età, fa regolarmente i suoi concerti in giro per il mondo, ogni tanto fa uscire un nuovo album, e soprattutto vive di rendita dei successi del passato. Come molti altri artisti nelle sue condizioni, verrebbe a pensare.

Invece no.

Bonnie Tyler ha avuto, al tempo, l'intelligenza di acquistare i diritti delle proprie canzoni, il che le ha dato probabilmente un benessere superiore alla media. Ma, soprattutto, le ha consentito di prendere alcune decisioni... inconsuete.

Alcune delle sue canzoni sono irreperibili nei cataloghi discografici? Sarebbe un problema, ma Zia Bonnie pensa che sia un peccato per i suoi fan e quindi decide di mettere i brani in download gratuito sul sito.

Sono esauriti degli spartiti delle sue canzoni? Zia Bonnie pensa che sarebbe bello che chi ama la sua musica possa suonarla e quindi mette le scansioni degli spartiti sul sito. Gratis, ovviamente.

In fondo, Bonnie sa che la sua vera ricchezza sono i fans affezionati, che continuano a sostenerla e riempiono le sue serate dal vivo. Che la fanno sentire ancora una persona speciale. E quindi come una simpatica zia, se li coccola... Fa sentire speciali anche loro, insomma.

D'altra parte i suoi momenti di grande successo li ha avuti e a questo punto non sono qualche migliaio di sterline all'anno che le cambiano la vita.

Io ho trovato questa storia molto istruttiva sul fatto che alcune persone, nonostante i dischi di platino ed il successo raggiunto, hanno abbastanza intelligenza e modestia da ricordare sempre da dove provengono e grazie a chi devono la propria fortuna.

Ebbrava, Zia Bonnie...

http://www.bonnietyler.com/options.html


18 gennaio 2008

Ed ecco da dove gli "artisti" prendono le idee..

A me le inziative di Graziano Cecchini non disturbano, anzi, apprezzo che queste performance siano studiate in modo da non creare alcun danno ai monumenti.
Però quando si spaccia per "arte" la scopiazzatura di uno spot televisivo...direi che il cerchio è chiuso: la pubblicità oramai non imita l'arte, volgarizzandola, ma è l'arte che imita la televisione (almeno "certa" televisione, spot e videoclip d'autore...).
Chissà cosa ne avrebbe scritto il buon vecchio "Uolter Bengiamin"?



p.s.
Che oltre al comune di Roma, anche la Sony gli faccia causa?

Spike Jonze...

...basta la parola.

16 gennaio 2008

I Lui: L'Intellettualoide e/o Artistoide

L'intellettualoide e/o artistoide (che d'ora in poi chiameremo semplicemente I/A) è una categoria comune ad entrambi i sessi, tuttavia, solo nella sua variante maschile questo genere di individui mostra tutta la sua indisponente carica misantropa.

L'I/A, generalmente, è di aspetto mediocre, spesso di bassa statura, sgraziato e chiaramente inetto a qualunque attività fisica e sportiva. Per un malinteso senso di compensazione fin dalla più tenera età ha ritenuto che alle sue incapacità fisiche dovessero per forza essere riequilibrate da prodigiose capacità intellettuali o artistiche.

Questo, col tempo, gli ha sviluppato un eccezionale senso di autostima, che si concretizza in alcuni comportamenti, a suo modo di vedere, rivelatori della sua intelligenza superiore: ad un vero I/A, non piace mai NULLA.

Non esiste film, libro o musica che riesca a strappargli entusiasmo, o una lode incondizionata. Corollario di questa condizione è che un I/A si ritiene in grado di giudicare qualunque cosa, a prescindere dal suo grado di preparazione specifica sulla materia.

Tuttavia l'assioma di partenza dell' I/A appare piuttosto fragile: pur ammettendo che un cieco sviluppa un udito particolarmente sensibile, mi sembra azzardato applicare lo stesso meccanismo alle proprietà intellettuali o artistiche. A mio modo di vedere, i “belli e simpatici” ed i “brutti e antipatici” hanno esattamente le stesse probabilità di sviluppare un intelletto o un senso artistico superiore.

Si potrebbe obiettare che uno brutto sarà più motivato a cercare forme di realizzazione nella vita, compatibili col suo status, quindi dedicare più tempo allo studio ed alla lettura.

Teoria affascinante ma non dimostrabile, soprattutto quando, analizzando gli hobby della maggior parte degli adolescenti sfigati, si nota come siano popolari attività come la letteratura fantasy, i giochi di ruolo, i videogame... Passatempi che, non solo dubito possano sviluppare un profondo senso artistico o intellettuale, ma, hanno inquietanti affinità coi sintomi della demenza...

Cosa si rischia a frequentare un intellettualoide?

Beh, a parte il fatto che è un individuo abbastanza brutto ed antipatico e non so quante ragazze possano soprassedere ad entrambi questi difetti nella stessa persona, un ulteriore ostacolo è che l' I/A è talmente innamorato di sé da essere arido dal punto di vista umano.

Anzi, per essere precisi, un vero I/A non perde occasione per sfoggiare la sua presunta “cultura” alla malcapitata di turno, costringendola ad “adeguarsi ai suoi standard “, facendole leggere quello che decide lui, dire quello che vuole lui, e fare quello che vuole lui per “elevarla” al suo livello.

Il problema è che molte ragazze vivono in uno stato di enorme insicurezza riguardo la porpria autostima, e avendo di fronte una persona che mostra tali granitiche certezze, infiocchettate in una custodia pseudo-intellettuale, in fondo può essere un sollievo. Poco importa che la “certezza” che viene fornita è quella di essere un'idiota che non capisce niente: anche questa è pur sempre una certezza.

Si crea la convinzione che “poverino, nessuno lo capisce, mente lui è TANTO intelligente”, che a ben vedere ha molti punti in comune con la dinamica “poverino, nessuno lo ama, mentre in fondo è TANTO buono” propria della Crocerossina.

Quello che entrambe queste categorie femminili votate al martirio non comprendono è che, in fondo la gente non è cattiva, e se tutte le persone che conoscono un determinato elemento sono concordi nel ritenerlo uno stronzo, probabilmente ci sono ottime ragioni per farlo.

Tanto più che riconoscere un I/A è piuttosto semplice.

Come detto l'I/A detesta qualunque cosa non sia stata fatta da lui, ha scarsa stima di colleghi, critici, rivali. Se parla bene di qualcuno è perché questi è morto da almeno 50 anni. Non ha amici veri e propri, piuttosto, un po' come l'arpia, ha complici, e rivali coi quali che frequenta solo finché gli fa comodo.

Ma soprattutto, l' I/A si riconosce per la totale mancanza di autoironia. Tutto è dannatamente serio per lui: poiché l'esposizione delle proprie certezze inalterabili è il suo principale elemento di interazione col mondo, tutto questo è inconciliabile con ogni forma di critica o understatement.

A corollario di ciò, l'I/A disprezza tutto ciò che può essere anche solo vagamente divertente: si dichiara appassionato di cinema, ma solo di quello cecoslovacco degli anni '30; la letteratura contemporanea non lo interessa, visto che tutti i grandi sono morti, lui escluso; in campo musicale si rifiuta di ascoltare qualunque artista abbia venduto più di 20 copie del suo album e/o sia ancora in vita; se va alle mostre d'arte è solo per poterne parlare male... Il che rende la sua vicinanza oltre che irritante, pure dannatamente noiosa.

Come accennato precedentemente, fra Intellettualoidi e certi tipi di Artistoidi vi sono delle differenze estetiche. .

L'intellettualoide per esempio raramente rinuncia ad indossare la giacca, strumento essenziale per dimostrare al mondo di essere un grande uomo di cultura.

L'Artistoide, invece, si può collegare a due categorie estetiche quasi all'opposto fra loro: il dandy e lo sciamannato.

Il dandy è praticamente indistinguibile dall'Intellettualoide, gradendo oltremodo un look tipo “Miami Vice” anni '80, con completo nero e t-shirt bianca...

Lo sciamannato invece adotta lo stile proto-squatter, vale a dire che si veste un po' come gli capita, ma sempre malissimo.

Spesso ha tatuaggi e/o piercing e/o dreadlocks e/o un taglio di capelli allucinante e/o qualunque sotterfugio egli ritenga che lo renda più interessante e/o individuabile e/o speciale rispetto al resto dell'umanità.

Caratteristica distintiva degli I/A è infine una generale predisposizione a farsi crescere la barba, in particolare sotto forma di pizzetto.

Capitolo a parte merita il linguaggio dell'I/A.

Anche parlando dell'ultimo film di animazione della Pixar, cerca di distinguersi dal "popolino" snocciolando termini di uso non esattamente comune, come monotelismo, ecdotica, disfemismo o la sua preferita: MITOPOIESI, che egli usa, un po' alla cazzo di cane, quando ritiene sia il momento di “stupire” la signorina che sta corteggiando.

E' inoltre solito citare continuamente il titolo del saggio “L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica”, di Walter Benjamin (che egli immancabilmente pronuncerà all'americana “Uolter Bengiamin”, non ricordandosi che era tedesco...) e nel caso sia veramente all'ultima spiaggia, tirerà fuori una frase in latino maccheronico imparata a memoria per l'occasione.

D'altra parte, il target storico dell'I/A sono 3 grandi categorie di ragazze: le liceali (o poco più) particolarmente suggestionabili, le impiegate frustrate e le ragazze cubo delle grandi discoteche della riviera adriatica.

Per dirla meglio, un I/A aspirerebbe a diventare il fidanzato di una cubista o di una diciottenne, ma in mancanza di meglio si sfoga con le impiegate frustrate. In realtà, almeno riguardo queste inclinazioni, non possiamo che stendere un velo di amorevole comprensione: anche il grande Goethe, quando gli chiedevano cosa ci trovasse in sua moglie Christiane, praticamente analfabeta e di 16 anni più giovane, soleva rispondere... Devi essere cieco, per farmi una simile domanda!

14 gennaio 2008

Le Lei: L'Arpia

nome scientifico: Harpya Horribilis

Una stirpe mostruosa popola gli incubi più profondi del genere maschile.

Una genìa di donne accecate dalla brama di potere e dominio, disposte a qualunque sotterfugio pur di vedere avverato il proprio desiderio di conquista dell'universo...

No, non mi riferisco alle Mazoniane, acerrime rivali di Capitan Harlock, ma ad una stirpe meno esotica e ancor più dannosa: le Arpie

Taluni ritengono che l'arpia non sia un genere, ma uno status: in altre parole che qualunque donna, nel corso della propria vita, possa potenzialmente trasformarsi in arpia. Questa concezione, frutto di un vetero-maschilismo che (come è evidente) non mi appartiene, ritengo sia da rifiutarsi fermamente.

Arpie si nasce.

Non che col passare del tempo, una serie di delusioni amorose, il senso di frustrazione di un rapporto logoro o il genuino senso di rivalsa nei confronti del genere maschile dopo una relazione problematica, non possano rovinare l'umore a qualche signorina particolarmente emotiva. Ma solo nel caso di una predisposizione connaturata, essa sarà in grado di coltivare il proprio malanimo come fosse un'arma.

L'arpia odia indistintamente tutto il genere umano.

L'arpia non ha amiche, ma colleghe, favoreggiatrici, o più spesso, concorrenti, che frequenta fin quando le è comodo e poi abbandona senza alcun rimpianto per iniziare a frequentare altre persone in grado di fornirle una ulteriore spinta nella scalata per il successo.

Allo stesso modo l'arpia non ha un compagno, ma un socio d'affari.

Non è l'amore la molla delle sue azioni, ma il desiderio di “farsi una posizione”, il voler, costi quel che costi, primeggiare “in società”.

L'arpia usa l'amore come fosse una merce di scambio, e il matrimonio come una joint venture della quale lei si sente e si comporta come fosse l'amministratore unico. E così come i dirigenti d'azienda ambiziosi fanno carriera passando a gestire società sempre più importanti, allo stesso modo una vera Arpia non si creerà alcun problema a cambiare compagno nel corso della propria vita, laddove incontrasse qualcuno in grado di regalarle qualche gradino in più nella scala sociale.

Già da queste poche righe avrete compreso come il rapporto con un'arpia sia sconsigliabile. Si, lo dico per tutte le categorie fin qui presentate. Ma nel caso dell'arpia, vi prego di prestare maggiore attenzione del solito.

Il perché è abbastanza chiaro: è vero che anche le altre categorie sono capaci di creare situazioni sgradevoli o imbarazzanti per i propri partner, tuttavia è doveroso sottolineare come i danni siano provocati in buona fede, senza alcuna malizia. Nel caso dell'Arpia non ci si può nemmeno appellare a questa attenuante.

Alcune persone potrebbero obiettare che, proprio perché mosse da malizia, i comportamenti e le reazioni di un'arpia siano, paradossalmente, più semplici da inserire in uno schema logico. In altre parole, frequentare un'arpia possa essere più semplice e meno imprevedibilmente catastrofico che non la maggior parte delle altre categorie.

Non nego che in quest'osservazione contenga del vero, tuttavia ritengo che la maggior parte delle persone preferisca perdonare le ingenuità di un/una partner sinceramente innamorato, piuttosto che avere una relazione con qualcuno che ci frequenta solo per il proprio interesse personale.

Come riconoscere un'arpia? Al contrario di quanto ci si aspetterebbe, l'elemento estetico non è un indizio fondamentale.

Una donna molto bella potrà certamente essere esigente o assillante ma raramente sarà una vera arpia. Il perché è presto detto: una donna molto bella riesce ad ottenere quello che desidera senza particolari sforzi.

Un'arpia al contrario, fin dai primi turbamenti adolescenziali, ha capito che la sua vita sarà sempre in salita e che l'unica chiave del successo è riposta in una volontà ferrea ed una determinazione inattaccabile. E ritiene la seduzione come la maggiore applicazione pratica di queste qualità.

Considerando il meccanismo dell'innamoramento non dissimile da quello della promozione pubblicitaria, l'arpia compie delle ricerche di mercato, si ripropone di raggiungere determinati risultati, cerca di delimitare il suo target in modo chiaro e specifico. Nulla è lasciato al caso, dai locali da frequentare alle persone con cui civettare, tutto è frutto di un piano prestabilito ed organico che, se eseguito con cura e meticolosità, dovrebbe portarla al sicuro successo.

Certo, nel caso di aspiranti arpie o arpie poco dotate, basta essere sobri ed avere un'intelligenza nella media per capire entro pochi minuti che quella ragazzotta che mentre ci parla fa cadere il discorso sullo stato patrimoniale della nostra famiglia e, nel frattempo, prende appunti, forse non è interessata solo ai nostri begli occhi o al nostro fascino...

Al contrario, un'arpia di talento (perché anche nell'abbracciare il regno del male ci sono quelli che riescono meglio di altri), è in grado di dissimulare in modo praticamente perfetto i suoi reali scopi. Sarà un'amabile conversatrice, sorridente e spiritosa. Grazie all'esperienza saprà che non è detto che chi ha una bella macchina o un orologio costoso, sia un partito migliore di chi non si cura di queste cose. Sarà inoltre talmente ambiziosa da cercare non solo un buon partito, ma anche un buon partito che effettivamente le piaccia. In definitiva si comporterà in modo indistinguibile da come si comporta una giovane donna piacente e piacevole.

Perché un'arpia di talento sa che, per ottenere quello che vuole, deve avere un piano di ampio respiro e che agire in maniera frettolosa sarebbe il peggiore degli errori. Forse è da questa abilità a dissimulare che è nata la leggenda metropolitana che sostiene che qualunque donna può trasformarsi in Arpia. Al contrario, sono le arpie di talento ad essere in grado di travestirsi, in modo convincente, in qualunque altra categoria femminile all'occorrenza; per poi mostrare la propria vera natura solo dopo aver sedotto la propria vittima.

Ma allora, come difendersi da questo genere di donne? E' difficile trovare una risposta.

Generalmente i maschietti più esperti sviluppano un sesto senso che fa loro intuire che una ragazza non è esattamente come vuole farci credere. Tuttavia, ad esclusione dei casi più evidenti (e maldestri), non è possibile enunciare delle regole valide in generale.

Piuttosto, un single sicuro di sé a volte adotta una tattica differente: farsi ammaliare dalla giovinetta di turno, attendendo che la signorina passi alla seconda fase, per rompere i rapporti con la medesima.

Purtroppo questo gioco è pericoloso: un'arpia è capace di dissimulare le proprie vere intenzioni per mesi o addirittura anni e al contempo, come qualunque donna sinceramente innamorata, non perderà occasione di sottolineare al compagno che lo sente distante e poco partecipe al rapporto, che, insomma, se davvero è innamorato di lei, dovrebbe dimostrarlo di più e meglio.

Questa situazione è un evidente scontro fra volontà contrapposte e rischia di creare un'impasse nella relazione. D'altra parte, mettiamo che la signorina in questione sia realmente dotata di buoni propositi e ottimo carattere: alla lunga un atteggiamento così interlocutorio da parte del partner non può che portare alla degenerazione di un rapporto che sarebbe da coltivare con cura e passione.

Questo in teoria.

Nella pratica, se il vostro sesto senso vi fa intuire che in quella persona c'è qualcosa di poco chiaro, certamente, il tempo vi darà ragione. Quindi dovete essere cortesi ma irremovibili di fronte a scene pietose, minacce di abbandono e tentativi lacrimevoli di riconciliazione da parte della vostra partner.

Perché l'arpia di talento entra nel rapporto come fosse un socio di minoranza e lentamente, ma metodicamente, acquista quote sempre maggiori della società, fino al controllo completo; lasciando al partner, nel migliore dei casi, una carica onoraria e nessun potere decisionale.

E quando ci si rende conto di quello che sta accadendo, normalmente, è già troppo tardi per trovare un rimedio, se non con costi emotivi ed economici altissimi. Il che può scoraggiare più di una vittima.

A ciò si aggiunge un altro elemento: considerando che ci si abitua un po' a tutto e che l'uomo medio è straordinariamente pigro, non è detto che chi è vittima di un'Arpia abbia davvero voglia di uscire da questa vortice di sopraffazione... In fondo, si penserà, avere accanto qualcuno che decide tutto al nostro posto può avere anche i suoi lati positivi. Il che spiega come mai tante persone si lamentino del loro partner, ma poi non facciano nulla per cambiare la propria situazione.

Lascio alla sensibilità di ognuno un giudizio di merito sull'opportunità o meno di un tale comportamento.

Io personalmente non lo approvo, e considero con un certo disprezzo chi affida in modo così inerte la propria vita alle stravaganze di un mostro del genere. Però, come si dice in certi casi...Amantes amentes.

FAQ:

La mia compagna, da quando siamo andati a vivere assieme, ha gettato nell'immondizia la mia collezione di libri antichi, in quanto “difficili da spolverare”, ha cambiato 3 volte l'arredamento del soggiorno in un anno, mi vuole costringere a smettere di fumare e vuole convertirmi alla cucina macrobiotica, sostituendo le mie adorate bistecche alla fiorentina con tufu ai germogli di soya. Ha venduto su ebay il mio HiFi della Mark Levinson sostenendo che stilisticamente non si intonasse con le tende del salotto, e l'ha sostituito con un compatto della Inno-Hit color mandarino. Rientrando a casa devo indossare immediatamente pigiama, vestaglia e pattine e mi sono vietate diverse attività, come il comunicare con gli amici sotto qualunque forma, guardare le partite in televisione o interessarmi a programmi dove vi siano vallette di età inferiore ai 55 anni. Da qualche tempo, inoltre, non fa che ripetere quanto sono fortunato ad averla incontrata e come la nostra vita sarebbe stupenda con un Golden retriver, una nuova macchina da mostrare ai vicini ed un nostro bambino da mostrare ai nonni. Ha destinato la camera da letto a camera degli ospiti, costringendomi a dormire sul divano, ma in pratica vi ha trasferito l'adorata madre ex tenente delle ausiliarie delle wermacht, la quale comunica solamente per monosillabi in tedesco. Dice continuamente che prima di conoscerla ero un fallito e non valevo niente. Mi ha anche costretto a cambiare lavoro, per poter passare più tempo assieme: prima di conoscerla ero primo violino nell'orchestra filarmonica del Teatro alla Scala, adesso, mi ha trovato un posto, in nero, come fattorino nell'azienda di pompe funebri della sua famiglia. Sono finito nelle mani di un'arpia?

Caro amico e lettore, la ringrazio per la bella lettera, ma penso che lei si sbagli. Per quella che è la mia esperienza personale i comportamenti della sua compagna sono esattamente quelli di una donna italiana media.